PIETANZA

[pie-tàn-za]

SIGN Pietà, compassione; vivanda che si mangia a tavola, specie come secondo

derivato di [pietà].

Figuriamoci, se si parla di pietanze ci si apparecchiano davanti agli occhi tavole opulente, ricettari sterminati, programmi condotti da chef raffinati. Ma non serve un orecchio allenato per sentire che dentro ci suona la pietà – ed è proprio lì che ci porta l’etimologia.

‘Pietanza’ emerge nell’italiano degli albori giusto significando ‘pietà, compassione’, e per secoli ha avuto questo significato, per quanto sia già duecentesco l’uso di questo termine per indicare un tipo specifico di pietà: un companatico speciale che veniva dato ai monaci in ricorrenze importanti, e quindi le vivande donate in elemosina.

Il quadro è delicato, quasi tenero: la pietanza sta un po’ sopra il pasto che di solito si riesce ad arrangiare mettendo insieme quel che si trova, quello ordinario che solo allevia la fame; donata per pietà graziosa riesce ad arricchire una dieta povera. Non è difficile intendere com’è che una vivanda del genere – tanto gradita, tanto desiderata, tanto preziosa – sia passata nel giro di pochi secoli (nel Cinquecento) a significare per antonomasia la vivanda, anzi proprio il piatto forte, che volentieri si serve di secondo. Quando affilando il coltello pensiamo alla pietanza per la sera, quando in viaggio assaggiamo una nuova pietanza, quando una tavola imbandita ci ricorda le pietanze che preparava la nonna, questa parola s’infila nella serratura dei significati, e apre quei sentimenti di gratitudine, di attesa, che non accompagnano il cibo pronto.

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